
Nessuno aveva mai retto il suo sguardo per più di cinque secondi.
Nessuno, tranne Alek.
Kai lo aveva capito dal primo giorno, dal primo impatto frontale, nel silenzio rovente del piazzale: c’erano occhi che si abbassavano, occhi che sfuggivano, e poi c’erano i suoi. Immobili. Senza supplica, senza sfida. Come se avessero già visto tutto. Come se nulla lo toccasse.
Eppure era entrato in punta di piedi, senza rumore. Ma bastava che fosse nella stanza perché Kai sentisse la pelle tirare sulle ossa. Qualcosa sotto, tra lo sterno e l’inguine, si tendeva troppo in fretta. Senza il suo permesso.